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Lectio divina
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14 agosto 2012

Vieni a prendermi

Vieni a prendermi, Yešu.

Sono pronta.

Vieni a prendermi quando vuoi.

Mi manchi anche se sei qui.

Mi manca il mio sposo.

Mi manca l’acqua

che mi hai dato da bere

e quel vino dolce

e quel pane fragrante.

Sulla mia pelle

posso leggere i segni

dei millenni.

Ora desidero

appoggiare il capo

sull’eternità.

Vieni a prendermi, Yešu.

Tendimi una mano.

Basta poco.

Nel guscio della morte

ci sono già stata insieme a te.

Le mie mani sono state aperte

dai chiodi che ti hanno trafitto;

i miei piedi hanno sanguinato

ad ogni tuo passo;

il mio dorso è solcato

dalle sferzate della solitudine.

I miei occhi sono stati bendati

da un sudario cieco.

Ora non mi resta che venire da te.

La porta è già aperta,

ma faccio fatica a salire

questa scala appoggiata al cielo.

Vieni a prendermi, Yešu.

Sono pronta.

Non ho bagaglio con me.

Sono leggera

come il soffio che ti ha generato.

Vieni a prendermi, Yešu.

Io sono pronta, Figlio mio.

 

P.R.

 

Solennità di Maria Assunta in cielo, 15 agosto 





15 luglio 2011

Parto per la guerra

Sono pronto, Signore.
La spada è affilata.
L’armatura è sicura.
Parto per la guerra, 
certo che tornerò sconfitto
perché il nemico è più forte di me.
Eppure parto senza esitazione, 
pronto ad affondare il colpo
fino in fondo.
Parto per la guerra, 
pronto a guardare in faccia il nemico, 
pronto a chiamarlo col suo nome.
Parto per la mia guerra d’Africa, 
pronto a prendere a calci la miseria, 
pronto a non tollerare l’ingiustizia, 
pronto a non cedere di fronte alle malattie.
La mia trincea 
il dispensario della missione.
Il mio campo di battaglia
la sala operatoria e i villaggi della foresta. 
Il mio salario
i canti dei bambini 
che torneranno a correre per le strade.
Se esiterò, 
sostieni la mia mano.
Se tremerò, 
rinnova il mio coraggio.
Se vorrò tornare indietro, 
spingimi in prima linea.
Perché domani parto per la guerra, Signore.
E ho paura.





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7 settembre 2008

L'amore, le parole e i fatti

Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge.Infatti: «Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai», e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: «Amerai il tuo prossimo come te stesso».La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità. (Rm 13, 8-10)


Paolo è severo.
Sempre.
In primo luogo con sé stesso.
Non si fa sconti.
Non dispensa mai, nei confronti di se stesso e degli altri, alcuna facile tolleranza in saldo di fine stagione.
Mi chiedo, allora, che cosa intenda con l'espressione "si ricapitola".
Forse che l'amore giustifica il rovescio dei comendamenti?
Forse che chi ama è libero rispetto all'adulterio, all'assassinio, al furto e a desideri e capricci di ogni genere?
O non piuttosto che l'amore deve animare scelte libere e consapevoli?
L'amore annulla la legge o la vivifica?
E la legge mortifica l'amore o lo concretizza nella realtà?

L'amore non fa sconti, semmai esige un "di più" rispetto alla legge. Questa verità Paolo l'ha scritta con la sua vita, più ancora che con le sue lettere.


Patrizio


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30 marzo 2008

Il principio della gioia

Il giorno della Pasqua non porta necessariamente gioia. È un mattino come altri. È un mattino come altri per chi non sa vedere, per chi non sa leggere i segni dei tempi. Il giorno di Pasqua in terra di Palestina è un giorno tiepido, non troppo caldo, non troppo freddo. La primavera esita, tentenna. Non ha ancora trovato la sua forma; non ha ancora trovato tutti i suoi colori.

Il giorno della Risurrezione è il giorno dopo il sabato.

Il giorno della Risurrezione le donne vanno al sepolcro per compiere un lavoro funebre. Le donne vanno al sepolcro pensando di trovare un cadavere. Il mattino di Pasqua non c’è gioia. Semmai paura. Che gioia ci può essere camminando verso una tomba? Che cosa si spera di trovare? È la pietà e l’amore che le guida, il senso del dovere. Ci sono cose da fare, cose da compiere e nulla è più diverso della fede che “le cose da fare”. Eppure occorre fare:  portare l’olio, far spostare quella pietra, ungere il corpo, sistemare il lenzuolo.

Quando muore qualcuno le cose da fare aiutano a non pensare troppo, impediscono di soffrire troppo, impediscono di impazzire di dolore. Ci si rifugia tutti nelle cose da fare. Quando muore un persona cara si fanno delle cose, tante cose che occupano la mente, occupano il cuore. Così non si è più costretti a ristagnare sul motivo per cui si fanno quelle cose. “Colui che amiamo non è più con noi”. Questo è lo spirito del mattino di Pasqua; tutto fuorché la gioia. Noi oggi viviamo oggi la Pasqua come un giorno di gioia. Ma le donne che si recano al sepolcro, sicuramente non sono animate da questo sentimento, in loro c’è ansia, paura, sgomento, stress, per ciò che è successo nei giorni precedenti, tra quel venerdì pomeriggio e quella domenica mattina. Un sabato interminabile. Un sabato in cui le nubi oscurano il cielo, tentando di soffocare il sole. Un sabato a denti stretti, col cuore chiuso, col petto fracassato; manca il fiato quel sabato. Quel sabato tutti gli alberi sono croci; quel sabato ogni volto è sepolcro. Quello è il sabato della consapevolezza, o della non consapevolezza. Coloro che hanno ucciso il Figlio di Dio sono di fronte alle loro azioni, anche per loro ci sono cose da fare. Per gli Ebrei c’è la festa di Pasqua, per i soldati Romani ci sono i doveri di caserma. Per tutti: mangiare, bere, dormire. In qualcuno si è spenta la speranza, in altri si è acceso il rimorso, forse… Per tutti, molte, molte, molte cose da fare. Così trascorre quel lungo sabato con le nubi fitte, con le ombre diafane, con le parole strozzate, con i sentimenti sospesi, con i conficcati nel cuore, con una corda al collo, con un denaro che brucia… così trascorre quel lungo sabato: mattino, pomeriggio, sera, notte. Un sabato interminabile. L’alba della domenica non porta subito la gioia, porta soltanto un po’ di luce, una luce difficile da interpretare. Così le donne di buon ora, approfittando di quella luce, corrono al sepolcro e lì le aspetta l’inatteso. Il dolore si scioglie in paura, in trepidazione, in attesa, in stupore. Il dolore non è più dolore, non è più soltanto dolore, è qualcosa di più, di altro. Che cosa?

“Non lo sappiamo, non lo sappiamo ancora”.

“Egli non è più qui. Egli vi attende in Galilea. Egli è risorto”.

E poi gli Apostoli, come racconta il Vangelo di Giovanni. Prima Giovanni poi Pietro, entra Pietro, lo segue Giovanni “e vide e credette”. La fede non era morta, si era soltanto addormentata in quel lungo interminabile sabato. Tutto si era addormentato in quel lungo interminabile sabato: le palpebre dell’universo non riuscivano a stare aperte, troppo pesante il torpore, troppa la fatica di rimanere svegli, col fiato sospeso. Un’attesa intollerabile per ogni atomo, per ogni particella subatomica. Nulla poteva reggere quell’attesa. Dio sconfitto dalla morte anche solo per un giorno, anche solo per tre giorni. Un breve spazio di tempo durante il quale il nulla e l’essere si sono sfiorati su un crinale appena percettibile. Dove finisce l’uno, dove inizia l’altro? Il male ha afferrato ogni lembo dell’esistente e lo ha accartocciato. Ne ha fatto rifiuti, ne ha fatto monnezza. Ecco basta torcere il collo a quel groviglio di esistenza, e… crack non c’è più nulla. Il male inghiotte se stesso e scompare. E con lui tutto.

La domenica di Pasqua non necessariamente portatrice di gioia. Riaccende la fede, sì, ma il passo verso la gioia è ancora lungo, è ancora difficile, richiede cose che non si conoscono, richiede la presenza di un Paraclito non ancora completamente espresso. È ancora lontana la gioia: si chiamerà Pentecoste, si chiamerà Chiesa, si chiamerà Comunità, si chiamerà Vangelo. E quel mattino ancora nessuno lo sa; Maria forse, unica, lo sospetta, lo desidera come una minaccia, lo teme come una promessa. Maria sola che è già Pentecoste, è già Chiesa, è già Vangelo.

Ma il cuore di madre non può reggere, il cuore di madre si è schiantato nel dolore del costato trafitto. Ella era lì, ella è lì. Maria soltanto regge quel lungo interminabile sabato, Maria soltanto resiste, in lei soltanto il lume della fede, il lume dell’abbandono, resiste contro la tentazione del nulla, contro il sonno della speranza.

 

E poi la tomba aperta, e poi il lino abbandonato, come se il corpo si fosse sciolto e ricomposto altrove, presente ma inafferrabile: “noli me tangere, non mi toccare Maria. Io ci sono ma non sono più come tu mi hai conosciuto. Io sono altro, io sono ciò che ero, ciò che sarò. Tu mi hai conosciuto, voi mi avete conosciuto. Io non sono più quello, eppure sono lo stesso Gesù di Nazareth, sono il falegname, sono Colui che ha moltiplicato i pani, che ha sfamato le folle, che ha guarito cieco, mondato il lebbroso, sono Colui che è salito sulla barca, che ha attraversato il lago. Sono Colui che ha detto a Pietro: lungi da me Satana, sono Colui che è stato nel deserto, tentato di mettersi contro il Padre”.

La domenica di Pasqua non porta necessariamente la gioia, ma ne pone le fondamenta, le basi profonde. D’ora in avanti ogni gioia poggerà su quelle basi. La domenica di Pasqua il male ritrae l’artiglio e l’essere si distende, dilaga, permette una speranza nuova, offre sostanza, nutrimento, acqua e pane, e vino alla gioia. E la gioia si spezza sul tavolo di Emmaus. Lungo quella strada quei discepoli smarriti, intontiti, saputelli, ingenui, sciocchi, eppure con il desiderio irrefrenabile di cercare la verità, con il sapore della cronaca, dell’indagine, del racconto, con inestinguibile amarezza rivivono quel sabato; per loro è ancora sabato.

E il sabato si distende ancora oggi lungo le nostre strade, si distende nelle anime, si distende sulla carta, si distende nella rete del web, si distende nella perversione, si distende nel male compiaciuto, nelle mille forme di soppressione, nei neri soprusi, nelle prepotenze.

La gioia può attendere. La gioia ha dato appuntamento ad Emmaus, su quella tavola, ma non è una gioia afferrabile, non la si può mai possedere. Quando i discepoli di Emmaus aprono gli occhi, la fonte della loro gioia scompare davanti alla loro vista. Non è più, eppure rimane; è li per loro incancellabile, insopprimibile, perché è una gioia che rimane, nonostante tutto. La puoi graffiare, la puoi ferire, la puoi illudere, ma non distruggere, quella gioia rimane per sempre.

È la gioia della domenica di Pasqua.

20 novembre 2007

LECTIO DIVINA (by Arianna)

 - Canto: l’uomo nuovo (dammi un cuore, Signor)

Invocazione allo spirito:

Spirito Santo

rendici forti per fare fronte alle intemperie della vita

e rendici docili perché possiamo farci plasmare

dall’Amore del Padre.

Amen

v Brano: Os 3,1-5 e 2,1-3

 Spunti di riflessione:

Ø “Perdonare è divino”, ma ricordiamo che ci verranno rimessi i nostri debiti allo stesso modo in cui noi li rimetteremo ai nostri debitori?

Ø Sappiamo “disintossicarci” dai nostri difetti e dalle nostre cattive abitudini con una salutare penitenza?

Ø E riconosciamo il valore dell’astinenza alla luce dei frutti di conversione che ci porta?

Silenzio

Condivisione della Parola

Silenzio

Condivisione della riflessione
 
- Oratio

Verifica

-  Impegno: Trovare ogni sera almeno 5 cose di cui ringraziare sinceramente il Signore (magari anche insieme alla famiglia…)

- Prossimo incontro…




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28 ottobre 2007

Lectio libro di Osea - cap 1

Invocazione allo Spirito


All’inizio di questo nuovo cammino in ascolto della Parola di Dio, invochiamo lo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio:


Spirito Santo che hai ispirato le Sacre Scritture

dona a noi  la sapienza necessaria

per comprenderle

e per metterle in pratica nella nostra vita

affinché possiamo aprirci alla ricchezza della tua grazia

che dona la salvezza eterna.

 

    * Brano: Os 1, 1-9  

Parola del Signore rivolta a Osea figlio di Beeri, al tempo di Ozia, di Iotam, di Acaz, di Ezechia, re di Giuda, e al tempo di Geroboamo figlio di Ioas, re d`Israele. 2 Quando il Signore cominciò a parlare a Osea, gli disse:

"Và, prenditi in moglie una prostituta

e abbi figli di prostituzione,

poiché il paese non fa che prostituirsi

allontanandosi dal Signore".

3 Egli andò a prendere Gomer, figlia di Diblàim: essa concepì e gli partorì un figlio. 4 E il Signore disse a Osea:

"Chiamalo Izreel, perché tra poco

vendicherò il sangue di Izreel sulla casa di Ieu

e porrò fine al regno della casa d`Israele.

5 In quel giorno

io spezzerò l`arco d`Israele nella valle di Izreel".

6 La donna concepì di nuovo e partorì una figlia e il Signore disse a Osea:

"Chiamala Non-amata,

perché non amerò più

la casa d`Israele,

non ne avrò più compassione.

7 Invece io amerò la casa di Giuda

e saranno salvati dal Signore loro Dio;

non li salverò con l`arco, con la spada, con la guerra,

né con cavalli o cavalieri".

8 Dopo aver divezzato Non-amata, Gomer concepì e partorì un figlio. 9 E il Signore disse a Osea:

"Chiamalo Non-mio-popolo,

perché voi non siete mio popolo

e io non esisto per voi".

 

 
Spunti per la riflessione

 
1.      ci rendiamo conto che, come sposi cristiani, siamo Icona di Dio?
2.      siamo profeti con la nostra vita?
3.       che cosa significa “fedeltà a Dio”?
4.      sappiamo “ri-accogliere” chi ha sbagliato nei nostri confronti?
 

Impegno: domandiamoci, ogni sera: in che modo oggi siamo stati immagine di Dio? Come abbiamo testimoniato il suo amore agli uomini?

 
Prossimo incontro:  Domenica 11 novembre, ore 18


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26 ottobre 2007

Introduzione al libro di Osea

Autore e ambiente storico
Il profeta Osea predica nel regno d'Israele poco prima che la sua capitale, Samaria, venga conquistata dagli Assiri nel 721 a.C. Egli è posteriore di qualche anno al profeta Amos. In quel tempo il regno d'Israele era minacciato dall'Assiria, la più forte potenza del Vicino Oriente. Nel tentativo di difendere la sua indipendenza seguiva una politica ambigua, passando dalla fedeltà all'Assiria a progetti di ribellione favoriti dall'Egitto che, anche se indebolito, era ancora il grande concorrente degli Assiri. Anche nella vita religiosa gli Israeliti avevano un comportamento ambiguo: basti pensare che per assicurarsi la pioggia e la fertilità dei campi, pregavano le divinità dei Cananei. Ciò provocava la corruzione morale del popolo e dei suoi capi.

Osea prevede le conseguenze di questi atteggiamenti politici e morali: Israele sarà schiacciato dall'esercito assiro, i suoi capi saranno deportati e gli scampati cercheranno rifugio in Egitto. Egli ha vissuto personalmente una vicenda per molti aspetti drammatica e quasi assurda nelle sue relazioni con una sposa infedele. Ha compreso che questa vicenda faceva parte della sua vocazione di profeta e che il suo amore per Gomer, la sposa infedele, era modello dell'amore inesauribile di Dio per il suo popolo corrotto. Questa certezza ha messo in moto la sua predicazione.

      Caratteristiche principali
Osea è uno dei più antichi profeti che, oltre a parlare, ha scritto parte della sua storia e della sua predicazione. Il suo libro contiene racconti, rimproveri, raccomandazioni, promesse. Secondo alcuni studiosi, può darsi che i discepoli di Osea abbiano completato la raccolta dei suoi scritti aggiungendovi indicazioni di date (vedi 1, 1). Per denunziare l'infedeltà degli Israeliti, Osea la paragona alla sua situazione familiare: come lui ha sposato una donna che si è rivelata infedele, così il popolo di Dio si è mostrato infedele verso il suo Signore (capitoli 1-3). Per questo il giudizio e la condanna di Dio ricadranno su Israele. Il castigo sarà duro e severo, ma l'amore di Dio verso il suo popolo rimane costante (capitoli 4-13). Il libro termina con l'annunzio che Dio risanerà il suo popolo e lo farà ritornare a sé (capitolo 14).

      Schema
- Osea e la sua famiglia 1, 2-3, 5
- Il Signore accusa Israele 4, 1-14, 1
- Osea esorta il popolo d'Israele 14, 2-10


Tatto da www.bibbiaedu.it




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