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5 giugno 2015

Ecco la sposa

Giorgio si specchia nelle scarpe appena lucidate. 

Ci vede perfino la cravatta che non mette mai perché non sarebbe lui. 

Ma per per l'occasione qualche strappo alla regola si può fare. 

Quindi sì, anche quell'accessorio, anche le scarpe lucide, anche l'autista... sperando che non faccia danni alla macchina quasi nuova!

Non è un giorno come gli altri, anche se i suoi occhi chiari non lasciano trapelare indiscrezioni sentimentali. Lui è sempre lui, come sempre. Se non fosse per le scarpe, la cravatta e l'autista giù ad aspettare,nessuno si accorgerebbe di nulla.

 

Teresa è davanti allo specchio da un'ora. Forse due. Non l'avranno vinta i ciuffi ribelli. Anche loro devono mettersi in riga per l'evento. L'abito è pronto. Sulla sedia. Adagiato perché non prenda brutte pieghe... ci mancherebbe solo quello! Sua sorella si affanna con pettine e phone forcine: dai che ce la facciamo.

-       Ma ci entro li dentro? Con questi fianchi...

-       Certo che ci entri. L'hai provato ieri e ti andava benissimo.

-       Non so. Non vorrei poi che mi tirasse...

-       Macché tirare e tirare. Sei uno splendore.

-       Tutta bianca, così...

-       Bianca! Sei uno splendore, Teresina!

 

Per don Giuliano questa è la seconda messa della domenica. 

È abituato alle maratone liturgiche. “Di corsa ma senza fretta” è il segreto che confida a chi gli chiede: “ma come fai?”. 

La celebrazione è di quelle speciali e per l'occasione non ha lesinato sui fiori, ha acceso tutte le luci, si è raccomandato che i banchi fossero incerati come specchi.

“E voi del coro non fate scherzi. Ci dovete essere tutti”. Sono le undici meno un quarto e già in chiesa si fatica a trovare posto.

 

Giorgio è sceso sul sagrato, facendo attenzione a non sporcarsi i pantaloni “sennò poi chi la sente!”. Aspetta Teresa col cuore in gola. E si strofina le mani per far passare il tempo più in fretta. Non sarà in ritardo, no.

Ed eccola che arriva anche lei. Ma dall'auto scendono prima quattro musetti svegli, biondi e un po' chiassosi. Giorgio cerca solo lei. Che illumina la piazza con un sorriso.

“Ecco la mia sposa”. Le tende la mano. Senza dire nulla. La musica solenne dell'organo li accompagna fino al loro posto. Accanto ad altre copie. Ma per loro sono cinquanta. Un numero da grandi occasioni. Cinquant'anni da sposi. Tutto diverso e tutto uguale. Nelle scarpe lucide Giorgio si vede piangere. Teresa sorride e si mette in braccio la piccola Chiara. E pazienza se il vestito si stropiccia.

“Nonna ti sposi di nuovo?” domanda la piccola.

“No, Chiara. Questo non è un nuovo matrimonio, ma è un matrimonio che non smette di essere nuovo”.

“Oggi, nella nostra parrocchia, ricordiamo gli anniversari...”. La voce di don Giuliano fa tacere la marcia dell'organo, fa stringere mani, fa incrociare sguardi.

Con il pranzo, però, sarà meglio andarci piano...

Patrizio Righero




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permalink | inviato da animautori il 5/6/2015 alle 7:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

15 novembre 2012

w gli sposi!

Giorgio si specchia nelle scarpe appena lucidate. Ci vede perfino la cravatta che non mette mai perché non sarebbe lui. Ma per per l'occasione qualche strappo alla regola si può fare. Quindi sì, anche quell'accessorio, anche le scarpe lucide, anche l'autista... sperando che non faccia danni alla macchina quasi nuova!

Non è un giorno come gli altri, anche se i suoi occhi chiari non lasciano trapelare indiscrezioni sentimentali. Lui è sempre lui, come sempre. Se non fosse per le scarpe, la cravatta e l'autista giù ad aspettare, nessuno si accorgerebbe di nulla.

 

Teresa è davanti allo specchio da un'ora. Forse due. Non l'avranno vinta i ciuffi ribelli. Anche loro devono mettersi in riga per l'evento. L'abito è pronto. Sulla sedia. Adagiato perché non prenda brutte pieghe... ci mancherebbe solo quello! Sua sorella si affanna con pettine e phon e forcine: dai che ce la facciamo.

-        Ma ci entro li dentro? Con questi fianchi...

-        Certo che ci entri. L'hai provato ieri e ti andava benissimo.

-        Non so. Non vorrei poi che mi tirasse...

-        Macché tirare e tirare. Sei uno splendore.

-        Tutta bianca, così...

-        Bianca! Sei uno splendore, Teresina!

 

Per don Giuliano questa è la seconda messa della domenica. È abituato alle maratone liturgiche. “Di corsa ma senza fretta” è il segreto che confida a chi gli chiede: “ma come fai?”. La celebrazione è di quelle speciali e per l'occasione non ha lesinato sui fiori, ha acceso tutte le luci, si è raccomandato che i banchi fossero incerati come specchi. “E voi del coro non fate scherzi. Ci dovete essere tutti”. Sono le undici meno un quarto e già in chiesa si fatica a trovare posto.

 

Giorgio è sceso sul sagrato, facendo attenzione a non sporcarsi i pantaloni “sennò poi chi la sente!”. Aspetta Teresa col cuore in gola. E si strofina le mani per far passare il tempo più in fretta. Non sarà in ritardo, no.

Ed eccola che arriva anche lei. Ma dall'auto scendono prima quattro musetti svegli, biondi e un po' chiassosi. Giorgio cerca solo lei. Che illumina la piazza con un sorriso.

“Ecco la mia sposa”. Le tende la mano. Senza dire nulla. La musica solenne dell'organo li accompagna fino al loro posto. Accanto ad altre copie. Ma per loro sono cinquanta. Un numero da grandi occasioni. Cinquant'anni da sposi. Tutto diverso e tutto uguale. Nelle scarpe lucide Giorgio si vede piangere. Teresa sorride e si mette in braccio la piccola Chiara. E pazienza se il vestito si stropiccia.

“Nonna ti sposi di nuovo?” domanda la piccola.

“No, Chiara. Questo non è un nuovo matrimonio, ma è un matrimonio che non smette di essere nuovo”.

“Oggi, nella nostra parrocchia, ricordiamo gli anniversari ...”.

La voce di don Giuliano fa tacere la marcia dell'organo, fa stringere mani, fa incrociare sguardi.

Con il pranzo, però, sarà meglio andarci piano...

 

 

Patrizio Righero

24 ottobre 2012

O lugar da Maria

Os Evangelhos não nos contam mas nós já damos praticamente como verdade que Jesus, antes de falar com os doze, sempre partilhava com sua mãe. Ele a chamava de lado e, a sós, ensaiava os seus discursos. Maria praticamente nunca dizia alguma coisa. Aliás, o que ela poderia dizer ao Filho de Deus? De vez em quando, porém, com um fio de voz, dizia algo. Conversava com Jesus não como se fala com um mestre, mas como se conversa com um filho que na verdade é muito mais que um mestre. Naquele dia, Jesus já tinha falado a ela o que queria dizer claramente àqueles apóstolos teimosos aos quais tinha sempre que explicar as coisas duas ou três vezes enquanto todos os outros discípulos já tinham pego no ar o que Jesus queria dizer. Dessa vez, porém, tratava-se de um assunto bastante difícil. Um tipo de assunto que até já deu o que falar. Depois de, por muito tempo, ter medido suas palavras, Jesus disse: "Subiremos a Jerusalém e o Filho do Homem será entregue aos chefes dos sacerdotes e aos escribas, eles o condenarão à morte e o entregarão aos pagãos, eles irão rir dele, cuspirão nele, irão flagelá-lo e o matarão mas depois de três dias ele ressuscitará".
Até mesmo para Maria que já estava acostumada com as atitudes inusitadas de seu filho,  foi difícil digerir aquilo que ele disse. Estava agachada, era um final de tarde, com os cabelos ainda jovens esparramados em suas costas escuras. Diante dela, sentado como um rei em seu trono de poeira, o seu Jesus. 
Maria o pegou pelas mãos e disse claramente: "Deixe que eu vou em seu lugar."
Jesus olhou para ela e calou-se.
"Meu filho - respondeu a mãe - deixe-me carregar essa dor absurda. Deixe que seja eu a morrer em seu lugar."
Jesus nada respondeu, entretanto, tinha a certeza de que havia escolhido as palavras certas.
Deu um beijo na testa de sua mãe e se foi.
Quando chegou a hora, quando o momento foi oportuno, enquanto estava na estrada para subir a Jerusalém, Jesus juntou os doze e repetiu as mesmas palavras que já havia falado à sua mãe: "O Filho do Homem será entregue aos chefes dos sacerdotes e aos escribas, eles o condenarão à morte e o entregarão aos pagãos, eles irão rir dele, cuspirão nele, irão flagelá-lo e o matarão mas depois de três dias ele ressuscitará". Já era noite e as palavras de Jesus se perderam entre o canto das cigarras. Dispersaram-se no céu estrelado, mas daqueles de faltar fôlego.
Jesus esperava alguma reação. E, assim, voltava à sua mente as palavras de sua mãe. Mas, de forma antagônica, com a desculpa de reacender uma fogueira que já estava apagando, chegaram Tiago e João, os filhos de Zebedeu,  dizendo a ele: "Mestre, queremos que faças por nós aquilo que te pedirmos."
Ele, que já sabia o que eles queriam, perguntou: "O que vocês querem que eu faça por vocês?"
Eles responderam: "Que nos concedas de sentar, quando estiveres em tua glória, um à tua direita e outro à tua esquerda."
O diálogo que se segue e a briga entre os doze deixa à mostra toda a fraqueza de uma igreja que já rangia antes mesmo de nascer. Mas Jesus tratou de reencaminhar sua função de mestre com paciência divina.
E Maria? Ela entendeu que o seu pedido foi atendido somente debaixo do calvário.
Entre os gritos da multidão e o balbuciar de seu filho torturado agonizando na cruz, ela entendeu que Jesus lhe havia obedecido e deixou a ela a dor maior.

Patrizio Righero 

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