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Parole lente,
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Parole per chi suona
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Parole con la rima,
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parole come noi
che stiamo ad ascoltare
il sole, i sassi e il mare.
Parole che van via
parole con la scia.
Parole di saluto
parole di acoglienza,
per te che sei venuto
e leggi con pazienza!






 

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Diario
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1 marzo 2013

Un lungo addio


Benedetto XVI all’ultima udienza in piazza San Pietro, mercoledì 27 febbraio 2013

La sua elezione a pontefice era stata accolta da molti con freddezza. Un papa teologo. E tedesco per di più. Invece il suo magistero robusto, la sua cordialità riservata, il suo stile paterno improntato a schiettezza e “normalità” hanno sciolto, quasi fin da subito, ogni riserva per lasciare spazio a stima e affetto.

Poi, all’improvviso, l’annuncio che ha scosso la chiesa e il mondo. Quella parole pronunciate in latino, quasi sottovoce, hanno dato il via ad un lungo addio che si conclude oggi. Un lungo addio che ha offerto a tanti fedeli la possibilità di dirgli grazie, e a lui – Benedetto XVI – di spiegare le ragioni di una scelta storica.

E ieri, alla numerosissima folla accorsa da ogni parte del mondo per partecipare all’ultima udienza, ha raccontato il suo cammino di uomo e di papa: «quando, il 19 aprile di quasi otto anni fa, ho accettato di assumere il ministero petrino ho avuto la ferma certezza che mi ha sempre accompagnato: questa certezza della vita della Chiesa dalla Parola di Dio. In quel momento, come ho già espresso più volte, le parole che sono risuonate nel mio cuore sono state: Signore, perché mi chiedi questo e che cosa mi chiedi? È un peso grande quello che mi poni sulle spalle, ma se Tu me lo chiedi, sulla tua parola getterò le reti, sicuro che Tu mi guiderai, anche con tutte le mie debolezze. E otto anni dopo posso dire che il Signore mi ha guidato, mi è stato vicino, ho potuto percepire quotidianamente la sua presenza».

Un papa che parla con il cuore in mano. Un uomo che ha trovato il coraggio di tornare ad essere un “povero cristiano”.

 

P.R.

14 agosto 2012

Vieni a prendermi

Vieni a prendermi, Yešu.

Sono pronta.

Vieni a prendermi quando vuoi.

Mi manchi anche se sei qui.

Mi manca il mio sposo.

Mi manca l’acqua

che mi hai dato da bere

e quel vino dolce

e quel pane fragrante.

Sulla mia pelle

posso leggere i segni

dei millenni.

Ora desidero

appoggiare il capo

sull’eternità.

Vieni a prendermi, Yešu.

Tendimi una mano.

Basta poco.

Nel guscio della morte

ci sono già stata insieme a te.

Le mie mani sono state aperte

dai chiodi che ti hanno trafitto;

i miei piedi hanno sanguinato

ad ogni tuo passo;

il mio dorso è solcato

dalle sferzate della solitudine.

I miei occhi sono stati bendati

da un sudario cieco.

Ora non mi resta che venire da te.

La porta è già aperta,

ma faccio fatica a salire

questa scala appoggiata al cielo.

Vieni a prendermi, Yešu.

Sono pronta.

Non ho bagaglio con me.

Sono leggera

come il soffio che ti ha generato.

Vieni a prendermi, Yešu.

Io sono pronta, Figlio mio.

 

P.R.

 

Solennità di Maria Assunta in cielo, 15 agosto 





3 marzo 2011

A proposito di "Hai un momento, Dio?"

Non è una prerogativa di tutti gli autori quella di scrivere un libro che nasca dalle esigenze e dai costumi della gente, e di cui questa stessa abbia bisogno. Ritengo che questo, invece, sia il caso di Patrizio Righero con il suo ultimo volume “Hai un momento, Dio?”. Pagine da leggere tutte d’un fiato, nonostante la prefazione avverta che, essendo poesie animate dal flatus della preghiera, probabilmente saranno necessarie delle pause.

Pause come quelle della vita, che magari si utilizzano per navigare un po’ sul web. E proprio dai social network e dall’esigenza di “parlare” in rete anche di cose spirituali, nasce questo volume.  Cinque le sue parti, per interpretare le fasi della nostra esistenza e l’altalenanza degli eventi che la vita ci riserva. Un tempo per conservare e un tempo per buttar via; un tempo per fare lutto e un tempo per danzare; un tempo per piangere e un tempo per ridere; un tempo per cercare e un tempo per perdere; un tempo per tacere e un tempo per parlare. E anche in quest’epoca ove sembra che gli eventi esistono proprio perché se ne parla, non c’è che ringraziare l’autore Righero e i suoi “nipoti digitali” (come lui stesso li definisce) per aver utilizzato in maniera profonda e personalissima i nuovi mezzi di comunicazione multimediali. Perché il male non è nella nuove tecnologie, così come non è nella propria esistenza: tutto dipende da come si utilizza quanto è nelle nostre facoltà, dalla maniera in cui siamo in grado di far fruttare i doni dei quali il Signore ci ha dotati.

E forse, infine, è anche tempo che la preghiera assuma l’habitus dei nostri giorni e, come è accaduto in ogni epoca della storia, diventi parte ancora più pregnante della nostra vita quotidiana, a partire soprattutto dai giovani e da internet.

 

Chiara Sorino

5 marzo 2010

La preghiera dei navigatori di Facebook

In questo angolo del mondo digitale, Signore, 
ci sono centinaia di nomi, 
appiccicati alle pareti di una casa 
che esiste solo sullo schermo e nella mia fantasia.
Li chiamo “amici”,
ma molti di loro li conosco poco, 
altri solo di vista, 
altri ancora sono poco più che volti
(a volte nemmeno quelli!).
Qualcuno non l’ho incontrato, 
qualcun altro vive dall’altra parte del mondo;
con qualcuno condivido molto, 
con altri poco o nulla. 
Alcuni li ho scelti. 
Altri hanno scelto me.
E ora sono qui, 
sulla mia home 
come sorelle e fratelli, 
posti sulla mia rotta virtuale.
Te li affido, Signore, 
uno per uno. 
Ti affido le loro speranze, 
le loro paure, 
i loro progetti di felicità.
Rendimi, per loro, 
immagine – sia pur sbiadita!-
del tuo amore paziente e misericordioso.
Rendimi amico vero, 
pronto ad ascoltare, 
a condividere, a esserci.
Rendimi apostolo, 
capace di annunciare,
anche sul Web 
il tuo Vangelo di salvezza.

Ti ringrazio, Signore, 
per questo spazio immenso, 
per questa vita a colori, 
per questi incontri che forse non sono così casuali.
Tuttavia, Signore, 
di chiedo di non lasciarmi affogare 
in questo mare di finta compagnia: 
risveglia in me il desiderio
di uscire là fuori, 
di ascoltare voci reali,
di abbracciare persone autentiche
e stringere amicizie vere. 
Amen.


 

 

 Facebook surfers Prayer

In this corner of the digital world, Dear God,

There are hundreds of names,

Glued on the walls of a house, that does only exist on my monitor and in my imagination.

I call them "friends"

But there is many of them I don't know very well,

Others I know only by sight,

Some are not more than faces to me,

(sometimes neither that)

There is someone I've never met

Someone lives on the other side of the world .

With some of them I share a lot,

With others less or noting.

There are some friends I've chosen,

Some others chose me.

And now they are here,

On my home page ,

Like brothers and sisters

Post on my virtual corse.

Now, Dear God, I entrust them all to You

One by one.

I commit to You their hopes,

Their fears,

Their plans on the road for happiness.

Let me be for them, an image of Your merciful love, even if it happens to be weakened.

Let me be a real friend , who is ready to listen, to share and to be present.

Let me be an apostle, who is able to announce Your Gospel of Salvation, even on the Web.

Thank You, Dear God, for this immense space,

For this colorful life,

For this people I came across with, maybe not so casually.

Anyway, Dear God, I pray  You to not let me drown in this sea of pretended and fake company:

So please, awake in me, the desire of going out there,

To hear real voices,

To embrace real people and make real friendships.

AMEN


17 maggio 2009

Amore. Non solo a parole.

Nel Vangelo di questa domenica si leggono parole d’amore. Gesù, in cammino verso la croce, si rivolge ai suoi discepoli con affetto e un po’ di malinconia. Sa di dover passare attraverso la morte. Un passaggio che repelle, che schiaccia il cuore, che annebbia la mente. Un passaggio che significa distacco e abbandono. Per questo rassicura i suoi: “non vi lascerò orfani, tornerò da voi”. Al tempo stesso, però, Gesù vuole dare concretezza alla parola amore. Non solo sentimento e desiderio di relazione. “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama”. E’ un richiamo alla dimensione umana dell’amore. Amare significa porre dei gesti concreti, sporcarsi le mani, sudare, impegnarsi, perseverare, fare delle scelte: questo piuttosto che quello. Non si può retrocedere sempre sui compromessi. Ad un certo punto, per amare, occorre decidersi.
Amare Gesù significa trasformare la propria vita. Ogni giorno ripartire per un cammino di conversione. E’ una dinamica irrinunciabile. Ma quali sono i comandamenti di Gesù? Quelli del decalogo certo, ma animati da una logica che va oltre il dovere per il dovere. “Il vero amore – diceva il poeta latino Propoerzio - non ha mai conosciuto misura”. In altre parole l'amore si incarna e assume concretezza nel "comandamento" ma non si accontenta di questo. Va oltre il dovuto. L'episodio evangelico del giovane ricco ne è un esempio lampante (Mt 19,17-21):

"Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti".

Ed egli chiese: "Quali?".

Gesù rispose "Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso".

Il giovane gli disse: "Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?".

Gli disse Gesù: "Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi".
Chi ama davvero entra in questa logica. E ci rimane - o almeno prova a farlo  - per tutta la vita.


Patrizio Righero

28 aprile 2009

La croce della Gmg compie 25 anni

proposta pagina gmg

Il simbolo è di quelli che pesano. Nel vero senso della parola. Non un segno etereo, non uno slogan usa e getta, non un logo per colorare la T-shirt. La croce della Gmg è un segno che si può toccare. Tre metri e ottanta di altezza per quaranta chilogrammi di peso. Migliaia e migliaia di mani l’hanno toccata, migliaia di spalle l’hanno portata sulle strade del mondo. La Croce ha fatto il giro dei continenti radunando attorno a sé folle di giovani. Un simbolo incarnato, tangibile, materiale. Tanto che, nel corso degli anni, ha raccolto su di sé i segni del tempo, il logorio di centinaia di viaggi, fino a spezzarsi, letteralmente, durante la Gmg di Colonia.

Una croce di legno così semplice che più semplice non si può. Legno e una targa di metallo con poche ma incisive parole scritte da Giovanni Paolo II: “Affido a voi il segno stesso di quest'anno giubilare: la Croce di Cristo. Portatela nel mondo come segno dell'amore del Signore Gesù per l'umanità, e annunciate a tutti che solo in Cristo, morto e risorto, c'è salvezza e redenzione".

In quelle parole un messaggio e una missione che i giovani non hanno tradito.

Chi ha vissuto fin dall’inizio la Gmg lo conferma. Come Mimmo, scout di Terracina, che era presente fin dalla “prima uscita” di quella croce nel 1984: “Ero stato coinvolto nell’organizzazione dell’evento. Avevo allora 23 anni e ricordo che il problema era riuscire a vedere qualcosa. La croce fu accolta subito con entusiasmo. E lo stesso entusiasmo l’ho ritrovato poi nelle altre Gmg. In particolare a Toronto, nel 2002, con gli scout, portammo la croce per un lungo tratto di strada durante il pellegrinaggio previo. Personalmente sono rimasto emozionato. Mi ritrovai a portare sulle spalle quella croce che quasi vent’anni prima avevo visto solo da lontano. E quasi non riuscivo a staccarmene più. Mi sono ritrovato a 41 anni a Toronto e nel frattempo erano cambiate tante cose. Quelli della mia età non erano più giovani ma erano quelli che accompagnavano altri giovani”.

Così Gmg dopo Gmg, la Croce ha compiuto 25 anni e anche Benedetto XVI ha voluto ricordare la ricorrenza: “Era, infatti, il 22 aprile del 1984, quando alla fine dell'Anno Santo della Redenzione, Giovanni Paolo II affidò ai giovani del mondo la grande croce di legno che, per suo stesso desiderio, era stata tenuta presso l'altare maggiore della basilica di San Pietro durante quello speciale Anno Giubilare. Da allora, la croce fu accolta nel Centro internazionale giovanile San Lorenzo, e da lì cominciò a viaggiare per i Continenti, aprendo i cuori di tanti ragazzi e ragazze all'amore redentore di Cristo. Questo suo pellegrinaggio prosegue ancora, soprattutto in preparazione delle Giornate Mondiali della Gioventù, tanto da essere ormai nota come "Croce delle Gmg". Cari amici, vi affido di nuovo questa croce! Continuate a portarla in ogni angolo della terra, perchè anche le prossime generazioni scoprano la Misericordia di Dio e ravvivino nei loro cuori la speranza in Cristo crocifisso e risorto!”

E di giovani, quella Croce, ne ha trasformati davvero tanti.

“Nell’agosto 1993 a Denver per la GMG c’ero anche io – racconta Elena, da Perosa (To) - giovanissima, piena di gioia e speranza, certa di vivere un’esperienza unica e meravigliosa. Ripensando a quelle giornate la cosa che mi torna più in mente è la Croce. Una croce d’Amore che lì si comprendeva dover essere vissuta insieme, nel rispetto reciproco anche nelle piccole cose. Una croce il cui significato compresi ancor più profondamente di fronte alla commozione, alle lacrime, del Papa. La croce di Denver fu per me chiave di vita, più consapevole sguardo sul cammino di Cristo, profonda convinzione che l’Amore trasforma ogni cosa”.

Simile è l’esperienza di Claudio da Albenga: «La croce che ha camminato per tutto il mondo, è diventata per me “cammino” di speranza. Ho capito il significato della Croce a Roma durante il Giubileo del 2000. Al Circo Massimo, dopo aver fatto un bagno nella misericordia del Padre confessandomi, sono andato a ringraziare presso la croce innalzata nel centro. Ho baciato la croce! In tutte le Gmg, anche i momenti meno ufficiali, ho cercato la croce, l’ho contemplata, l’ho amata. Senza la croce, non ci sarebbero stati quest’incontri. In un’età dell’immagine, la croce resta come segno perenne, come icona che parla al cuore».

 

Patrizio Righero

 

 

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